Levigando, levigando…

In questo periodo sono un po’ in subbuglio, alti e bassi si susseguono come non mai.
Ho terminato da poco la collaborazione (con un misero rimborso spese, ahimè) con una bellissima casa editrice, e da luglio sono a casa. Punto e a capo. Era l’ultimo step del mio percorso formativo, l’ultima possibilità che mi ero data, quasi due anni fa: arrivare lì dentro con la speranza di piacere, smodatamente sì, tanto da non potermi lasciar andare. Ecco, forse in realtà alla mia capa sono pure piaciuta, tanto che mi ha tenuta un mese in più ed è riuscita a farmi pagare… ma poi la magia è finita per colpa di chi tiene le redini in mano. Bisogna tagliare, sfruttare gli stagisti in formazione (= gratuiti), pubblicare forse meno libri o comunque fermarsi e intanto produrre quelli già acquistati, che ormai saranno tutti già stati assegnati. E se non si forma un buco e io passo di lì proprio in quel momento, dubito che mi arriverà una collaborazione. Certo, la mia disponibilità l’ho data al mille per mille, certo DEVO farmi sentire e vedere (ma io ODIO rompere le palle alla gente, ripetendo all’infinito quel che ho già detto, eppure pare che funzioni solo così: vince chi rompe di più, chi ti asfissia, o chi ha conoscenze… che tristezza!).
Ad ogni modo ora son qui, prima settimana di luglio crollo totale perché mi sono resa conto che “stop”, era finito tutto, avevo passato la parte lezioni, la parte esami e ora anche la parte tirocini… E di fronte mi è parso di avere un muro invalicabile, pesante, liscio come uno specchio e spesso, così da non potercisi vedere attraverso. E forse è pure di gomma, così tutto quello che spedisco (cv ecc), che penso, tutte le lacrime, i pensieri tristi e quelli incazzosi, tutto mi torna contro. Arrivo a pensare che ho solo buttato via tanto tempo, tante ore, che in fondo non valgo nulla perché sono sempre punto a capo, solo un po’ più vecchia e così sempre meno “appetibile” per un ipotetico datore di lavoro.

Penso che ho trentotto anni e devo farmi mantenere da mio marito.

Penso che le cose che so fare sono molte, ma forse non sono utili per questo mondo.
Perdere ore per tradurre qualcosa, quando magari c’è chi si accontenta di molto meno, e se ti paga, quindi, lo fa per il tempo che secondo lui ci voleva.
Suonare il pianoforte.

Tradurre 

Ecco cosa so fare, tradurre nel senso di interpretare: un brano di pianoforte, un testo scritto, un pezzo di teatro, un film, una persona. E’ questo che accomuna tutto quello che ho studiato, il mio percorso, credo. Capire e far capire agli altri. Comprendere e raccogliere gli indizi, per poi renderli chiari a chi mi sta intorno.

Come quando mi spaccavo la testa per capire filosofia e poi spiegarla al ragazzo che seguivo a scuola, “diversamente abile”, ma che vuol dire poi, o quando gli spiegavo storia senza usare tutti quei paroloni inutili. Mi stupiscono e forse un po’ le invidio le persone che usano la terminologia perfetta per ogni campo, anche se quei vocaboli non mi sono ignoti, ma voglio e necessito di arrivare a capire in maniera semplice le cose e spiegarle con le parole di tutti i giorni. Solo così sento che qualcosa diventa davvero mio. E così a un’altra ragazza ho dovuto spiegare diritto e scienze delle finanze, cercando esempi concreti, rubati alla vita di tutti i giorni.
E allo stesso modo le persone mi appaiono per come sono, spesso le vedo schiudersi, e senza volerlo le tocco lì, dove fa male, perché mi pare così ovvio che le cose stiano in un certo modo, e invece gli altri non lo sentono e mi chiedo il perché. Vorrei vedere e sentire come vedono e sentono gli altri, forse capirei meglio perché a volte mi sento così diversa, lontana, INADATTA. Vicina a chi mi è più simile, e soffre per cose minuscole, minuzie che gli altri nemmeno notano. Overthinking. Ipersensibilità. Incapacità di affrontare il mondo. Non lo so. Non lo credo, ho sempre trovato un modo per affrontare tutto, me ne sono andata allo sbaraglio e mi han sempre detto che sono una persona forte, pur non credendolo io per prima. Ho lavorato in un carcere e la persona più difficile mi chiamava “zia”, e mi si è stretto il cuore a sapere che un giorno si è chiuso dentro la cella urlando come un pazzo e minacciando chiunque gli si avvicinasse. Sono riuscita ad avvicinare e collaborare con quel ragazzo che tutti evitavano.

Ma mi manca il senso pratico, vivo di sogni inutili. Vivo credendo che sia possibile guadagnarsi il pane traducendo un libro. Donando un sorriso. Ascoltando un sogno, o magari un incubo. Regalando cinque minuti di purezza e armonia grazie alla musica. Grazie alla lettura. Grazie a un sorriso.
Ma è possibile che ciò di cui più abbiamo bisogno, debba essere distrutto? Raso al suolo? Abbiamo bisogno di arte, di cultura, di sentimento, di “magia”, di BELLEZZA nel più profondo del suo significato, ma chi è in grado di occuparsene, di elargirla, ormai non se lo può più permettere… ma come puoi continuare a farlo se poi pian piano vieni oscurato da questo senso di vuoto e di inutilità che ti si spalma addosso giorno dopo giorno? Mi sembra tutto pieno di controsensi.
Quando ti regalano una certa sensibilità, rimani incantato davanti alla più piccola delle cose, ma la chiusura e i rifiuti ti devastano, ti fanno a pezzi, non ti lasciano respirare. Non trovi via d’uscita. E’ giusto che non vi sia una nicchia per chi ha così tanto da donare? Non lo so, e non voglio nemmeno parlarne.
In seconda superiore la mia (odiata) prof di lettere ha detto a mia mamma che ero troppo emotiva, ipersensibile, come fosse la cosa più immatura e negativa di questo mondo. Perché sono scoppiata a piangere in classe, dopo che mi ha svergognata davanti a tutti. E la sua sensibilità, allora, dove stava? Perché godere così del proprio potere, essere sadici e ridurre in lacrime ragazzine di 15 anni?

Sono nata col senso di colpa e fatico a togliermelo di dosso. Non so se ci riuscirò mai, solo a scrivere questa frase mi son venute le lacrime agli occhi. Ma ci sto lavorando. E nonostante questo, sono orgogliosa della mia sensibilità, che a volte temo di star perdendo, pur di salvare la pelle.

Ma oggi è stata una bella giornata. Sto lavorando a una traduzione PER ME, di un’autrice qui sconosciuta, che vorrei proporre a qualche casa editrice, se mai volesse darmi ascolto. L’ha letta la mia tutor, che poi è la mia traduttrice italiana preferita, e mi ha detto che è bellissima, che ho fatto un ottimo lavoro, ma che c’era qualche punto su cui voleva discutere con me. Abbiamo passato 45 minuti al telefono, ho capito le cose da sistemare (e non tutte sono state una novità), le ho posto i miei dubbi ed è stato piacevole lavorare allo stesso testo insieme. Già, però la mia mente malata non tiene conto della parte in cui mi viene detto “hai fatto un ottimo lavoro”, ma pensa solo a “dovresti rendere un po’ più familiari questi dialoghi”, e sto facendo una fatica boia a farmi entrare in testa il concetto che NON POSSO ESSERE PERFETTA. NON POSSO, NON POSSO, NON POSSO. E soprattutto, nessuno lo è. Ma io non voglio essere perfetta, voglio solo sapere se sono in grado di passare una prova di traduzione, se mai me ne arrivasse una. E così, se non ho imparato a PERDONARMI, almeno ho imparato a CHIEDERE, magari con sfacciataggine. E allora finisco col sembrare ingenua, come una dodicenne, mi mostro insicura, ma ho bisogno di sapere, e chiedo alla mia “maestra” se pensa che abbia fatto un disastro, o se andava bene lo stesso. “Ma scherzi?” mi ha risposto. [Devo incidermelo su un braccio quel “ma scherzi?”, potrebbe essere un’idea ^^!] Insomma, mi ha detto che dovrei vedere le revisioni che tornano a lei delle sue traduzioni, che il mio era un ottimo lavoro di partenza e che senza una buona traduzione  è impossibile fare una revisione, vedere le idee che a me non sono venute, pur avendo di certo fatto un percorso molto lungo per giungere a una determinata scelta. Mi ha detto che la revisione è un regalo, e di questo ne sono certa. Ma perché nella testa ho inculcato il fatto che revisione=ho sbagliato? No, revisione = miglioriamo insieme un testo, e poi regaliamolo a chi ha voglia di conoscerlo. Ma quanta fatica nella mia testa… invidio, invidio da morire chi si sente sempre così sicuro, chi non muore di paura nel leggere la propria traduzione ad alta voce, chi non ha le farfalle nello stomaco dopo aver spedito un pezzo, chi è sicuro che quello che ha scritto vada bene. Io LO SO che non esiste la versione migliore, la versione perfetta, la versione giusta. Esistono mille versioni diverse, perché ognuno ha il suo modo di scrivere (certo sperando di non fare errori madornali, di comprensione o di distrazione!) e il mio cervello questo lo sa. Devo solo imparare che anche la mia è una versione valida, e non l’ultima della lista. D’altronde le ho lette le traduzioni degli altri, le ho revisionate in casa editrice, e mi è parso chiaro che sono tutte migliorabili, anche quelle fatte davvero bene. E’ normale, così come penso sia normale che un modo di scrivere possa piacere di più a una persona e di meno a un’altra, non ci si può far nulla. A volte è questione di pelle, anche con la scrittura.

E quindi niente, mi sono fatta dire se il mio lavoro poteva andare bene lo stesso, pur continuando a temere che non sia abbastanza. Ma qui devo fare i conti con me.

Prima ancora però mi ha detto una cosa bellissima, che non voglio scordare, non voglio che venga calpestata dallo schifo che mi circonda. “Non so se capisci cosa intendo qui, ma sono certa di sì perché hai una grandissima sensibilità” “Lo pensi sul serio?” “Certo, si vede da come scrivi, da come traduci e a volte trovi delle soluzioni davvero meravigliose”. Grazie. E grazie ancora.

Non voglio abbandonare questa strada, e finché posso, voglio insistere.
Fino in fondo.
Perché sinora ho sempre abbandonato tutto in cambio del primo lavoro arrivato, ma non voglio perdermi di nuovo. E’ un pensiero egoista lo so, e comunque io i curriculum, in Italia e all’Estero, continuo a spedirli, non mi piace stare con le mani in mano. Non ne sono capace.
Ma vorrei per una volta inseguire ciò che sento più mio. Almeno finché posso. Ora devo risistemare la mia traduzione, e poi vedremo se i nostri pensieri corrono nella stessa direzione. Spero di sì. E’ incredibile sentirsi tanto legati a una persona che in fondo non si conosce poi molto, sentirsi compresi e sentire a volte di “parlare la stessa lingua”. Auguro a chiunque di trovare anche solo una persona così nella propria vita, nel proprio percorso, questo sì che aiuta. Ed è di una generosità incredibile.

E adesso, care case editrici, perché non mi mandate una prova di traduzione da fare? Io ci provo, finché non si smette di provare in fondo non si può perdere davvero.

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Informazioni su ophelia76

...chi sono? Non lo so, so solo che la follia che c'è in me non si spegnerà mai. Ed è proprio lei che mi permette di "sentire", anche se forse non andrò mai (davvero) bene per questo mondo. Chissà.
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