Autenticità e pensieri confusi

Oggi sono di pensieri semiseri, almeno ci provo. Scrivere qui vuole anche essere un modo per mettere insieme le mie idee, per cercare di dar loro un ordine. O almeno provarci.

In questi ultimi giorni non sono stata bene, anzi per niente. (il post precedente in realtà è della settimana scorsa, ma l’ho pubblicato solo ora, mea culpa). Ormai ho imputato questi sintomi pseudodepressivi alla SPM (sindrome pre-mestruale), è un po’ che mi rendo conto di essere di umore instabile, di piangere per niente, e magari pure di litigare con mio marito, sempre la settimana prima del ciclo. Non può essere un caso. Anche perché, diciamocelo, non è che da un mese all’altro le cose “esterne” cambino, si modifichino. No. Cambia solo il modo in cui io le guardo, e le vivo. Quindi se gli ultimi tre giorni mi sentivo in un pozzo profondo perché non lavoro, non avevo la forza di fare nulla, e – soprattutto – non volevo vedere né sentire nessuno (pur dissimulando la cosa quando venivo contattata, è una reazione che mi viene in automatico, e in realtà io non credo di recitare, non faccio “finta”, è solo che mi sento come “divisa in due”… difficile da spiegare), perché oggi mi sento molto più su di giri, vedo tutto in maniera diversa, mi sento tornata la “vera me”, quella di sempre? Io direi che si tratta di ormoni, ma forse la risposta è molto più complicata. Ma intanto questo mi aiuta ad accettare la cosa, accettare il fatto che io sia anche così. E che il nostro modo di essere deve lasciarsi trascinare dal vento… no, non si tratta di essere volubili, di voler subito categorizzare la cosa. Si tratta di avere mille sfaccettature, alcune più luminose, altre più opache, oscurate. E, soprattutto, si tratta di volerle accettare. E qui iniziano le difficoltà.

Sono nata con il senso di colpa. Con la vergogna per quello che sono. Con il non volermi andare mai bene. Con un senso di autocritica che supera tutto, insomma a 10 anni ho scritto sul mio diario che non volevo più vivere. È stata dura da mandar giù questa cosa, sapevo di odiarmi, ricordo benissimo il giorno in cui l’ho urlato in faccia a mio papà (diciamolo, forse sono sempre stata melodrammatica ed eccessiva, e lo sono tuttora, mi mancano le vie di mezzo tante volte ;P), ma non ricordavo l’età. Se penso oggi a una bambina di dieci anni, e io alle elementari ci ho lavorato, è dura da mandar giù. Ma cosa può distruggerti così tanto? Ci sono dei dolori che ti entrano nella pelle, senza nemmeno che tu te ne accorga, e poi è già troppo tardi, fanno parte della tua vita di tutti i giorni e non riesci a espellerli. Vivevo così, nel più profondo odio per me stessa e il mio corpo, sperando che qualcuno potesse portarmi via e rendermi felice. Forse le favole davvero ci distruggono. Forse i segreti familiari lo fanno altrettanto. Forse pure il senso di colpa inculcato nelle nostre teste dalla religione, soprattutto quando viene interpretata o “elargita” male. Ci è voluto tanto, tanto tempo per riconoscere tutto questo. Per allontanarsene. Per amarmi. E ancora lo so, non mi amo abbastanza. Ci sono giorni in cui mi alzo e mi vedo bella, nel pieno senso della parola. Giorni in cui mi sento bene in me stessa, comunque vada. Ci sono giorni in cui mi alzo e non mi riconosco nemmeno. Tutte le mie prime relazioni sono state un disastro, perché appena le cose andavano bene (cioè in maniera “normale”), urlavo di non meritarmi tutto questo e piangevo, piangevo tantissimo. Lo so, ci voleva uno psicologo. Ma la psicologa sono io. E forse è anche per questo che ho abbandonato la professione, per paura di me. Anche se poi è proprio per la stessa ragione che in tanti si sono sempre affidati a me, alla mia empatia, alla mia intuizione. Una delle frasi più belle che mi sono state dette è stato che con me si può parlare di tutto, perché non ci si sente mai giudicati, in nessun modo. Ma perché io quando ti ascolto voglio sentirti davvero, voglio sentire il tuo vissuto, voglio entrare nel tuo mondo. Non voglio trascinarti a forza nel mio. O almeno voglio provare a far così. Ho vissuto tanti colori di dolore sulla mia pelle, e sono proprio questi che mi avvicinano alle altre persone. Non importa l’origine delle emozioni, importa il loro vissuto. Ma forse ultimamente ho costruito una corazza più forte per non voler stare così male, ho cercato di trovare un senso e un equilibrio, e a volte mi sono un po’ allontanata dai miei sentimenti per poter vivere. In modo “normale”. O almeno credo. Di certo ho analizzati il mio sentire in lungo e in largo, ho trovato una via, un modo per stare bene e continuare a essere me stessa, anche se non si smette mai di imparare, di crescere e di migliorare, e mi sento in eterno cammino. Negli ultimi anni sono stata in un’altalena di benessere e malessere, come probabilmente accade a ognuno di noi. Solo che ho iniziato a stare male anche fisicamente. I dottori danno sempre e solo colpa al mio peso, anche se ho mal di testa, il raffreddore, tutto è colpa di quello. Tutto si risolve con la dieta. Già peccato che poi ho persino iniziato a stare peggio.

Se ci penso bene, il mio malessere è iniziato quando ho smesso di seguire tutto quello a cui il mio intero corpo aspirava (in quel caso la traduzione) per accettare un lavoro che pareva “duraturo” e “sicuro”. Per fare quello che tutti si aspettavano da me. Per mettermi in una scatola. Imporre dei limiti al mio modo di essere, e di vivere, che non si adegua alla società di oggi. Forse sono nata nel tempo sbagliato, forse nel posto sbagliato, o forse semplicemente devo trovare un equilibrio. Tra me e quello che mi circonda. Io comunque ci ho provato, tantissimo, a seguire regole assurde. A farmi piacere le cose. A “obbedire”. Anche se pure in questo ho sempre portato del mio, ho sempre scelto ciò che ritenevo migliore per la persona di cui mi occupavo, cioè che mi pareva sensato (e mi han dato ragione le persone che usavano la testa nel supervisionarmi, non quelle che usavano solo la sete di potere o di denaro). Di questo non riesco a pentirmene, anche se mi è costato notti in bianco, panico da prestazione, panico nella vita di tutti i giorni, dolori allo stomaco, un peggioramento della mia ernia e sciatica, e probabilmente la dermatite che ancora oggi non se ne va. E soprattutto, mi è costata la perdita del mio stesso impiego. Fa più comodo una persona che fa il lavoro con il minimo dispendio di energie, ma senza causarti problemi, che chi lo fa con passione, se questo poi causa delle reazioni infastidite nei tuoi confronti. Già perché è più comodo dire che sono io a sbagliare, se c’è il rischio di perdere i soldi, che non far comprendere alle persone come stanno davvero le cose. Ma io devo far finta di nulla, o devo prendermi le mie responsabilità sul lavoro? Non sono capace di far finta di nulla, se vedo delle difficoltà le devo – e le voglio – affrontare. Mi dispiace. Forse sono troppo puntigliosa, ma in fondo volevo solo trovare un modo per aiutare qualcuno con il mio lavoro, non volevo fare la guerra a nessuno. Ho abbassato la testa, e ho detto va bene. Ma non è stato abbastanza, forse perché nemmeno io ci credevo. E così il mio lavoro lo farà qualcun altro, probabilmente anche meglio, visto che non creerà fastidi a nessuno. Probabilmente ho sbagliato, non nel sollevare un problema, ma nel sentirmi colpevole. Nel non amarmi abbastanza da credere in me. Mi sono sentita schiacciata da chi dava più importanza all’apparire che all’essere. Importava di più “far finta di aver capito” che non capire davvero. Ma ritengo che sia necessario per primo imparare a conoscere i propri limiti, trovare un modo di accettarli, di conoscerli, sapere fin dove ci si può spingere e magari imparare anche a chiedere aiuto. Fingere di non vederli non serve a niente.

E questo vale per ognuno di noi. Non basta fingere di non essere fatti in un modo per “funzionare bene”. Certo, forse ci si inserirà nella società meglio di chiunque altro, ma staremmo davvero bene? Quando la sera torniamo a casa, come ci sentiamo? Abbiamo almeno una persona con cui essere autentici? Ma soprattutto, siamo autentici con noi stessi? È difficile, difficilissimo. Prima di riuscire a essere autentici, a essere noi stessi, dobbiamo capire chi e cosa siamo. Dobbiamo lasciarci essere, dobbiamo smetterla di farci a pezzi, dobbiamo vivere. Vivere. In effetti, ho cominciato a stare bene solo quando ho iniziato a farlo. Prima mi fermavo, mi bloccavo, pensavo, trovavo mille scuse. Bisogna imparare a lasciarsi andare. I periodi più belli sono quelli in cui ho lasciato il mio corpo scegliere per me, perché corpo e anima (o mente, o chiamatela come volete) sono una cosa sola. Noi siamo un tutto, non mille parti separate. E sappiamo cos’è meglio per noi. Sempre. Anche se non ci crediamo.

E allora, è ora di rimboccarsi le maniche e seguire l’istinto. Pur con un po’ di sale in zucca. E ora l’istinto mi porta a seguire lo yoga, a fare un tuffo nella psicologia orientale, senza scordare quella occidentale che più ho amato. I punti di contatto sono evidenti, e ci credo moltissimo.  E forse un giorno arriverò a non nascondermi dietro uno pseudonimo, e a non aver paure di me. Delle mie idee. A smetterla di pensare di dire cose scontate e inutili. E anche se fosse? Siamo unici, e in quanto tali dobbiamo smetterla di voler essere uguali agli altri. Ma apprezzarci proprio per questo. E non voler cambiare gli altri. Credo che sarà questo il mio mantra di oggi. (ma non ditelo a mio marito ;P)

…quella è la patologia per Binswanger, la prigione. E lì allora la cura non può essere altro che restituire le possibilità, non dev’essere indirizzare qualcuno in qualche parte che abbiamo deciso noi essere più funzionale per lui (o almeno questa è la visione fenomenologica della cura), ma tentare di capire, con l’empatia, come è il suo vissuto, la sua forma d’esistenza, e comprendere come l’altro viva il suo spazio, il suo tempo, la sua storia, gli altri, e poi da lì prenderlo per mano, e, con tutte le possibili cadute e le possibili deviazioni in questo cammino, cercare di restituirgli delle possibilità diverse, da quella unica e strettoia in cui si trova. Questo secondo me vale sia per le forme gravi di patologia che per i disturbi di cui ormai siamo affetti tutti…(Maria Armezzani, tratto dalla seconda parte dell’intervista già linkata nel mio post precedente)

ps: ho dato il link di questo blog a un’unica persona. Proprio oggi, proprio oggi che mi trovo a scrivere queste verità. Anche se è difficile fidarsi, non degli altri, ma di noi stessi. Non voglio cambiare. Voglio solo essere.

pps: lo so, forse sono così solo perché posso permettermi di esserlo. Ma non riesco a essere diversamente. E non si tratta di non voler “abbassarsi” a seguire le regole al lavoro, no. Giuro che uno dei posti in cui mi sono trovata meglio è stato quando ho fatto l’operaia, almeno lì capivo cosa dovevo fare e perché, e non c’era bisogno di altre domande. Ma pure lì non mi prendono. E allora invece di piangere, voglio usare questo tempo per capire. Comprendere. Seguire la strada. E so, o se lo so, che sono solo fortunata a poterlo fare. E nel frattempo traduco, lo faccio almeno per me, se ancora nessuno mi vuole dar da lavorare. E allora magari traduco qualcosa che per me possa avere un senso.

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Informazioni su ophelia76

...chi sono? Non lo so, so solo che la follia che c'è in me non si spegnerà mai. Ed è proprio lei che mi permette di "sentire", anche se forse non andrò mai (davvero) bene per questo mondo. Chissà.
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