yoga time

devo fuggire e non rimane il tempo per scriverne.

Ma il tempo per viverlo e sentirlo sì.

Fate yoga.

Se potete.

E non solo con il corpo, è molto di più.

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Non sono una persona dolce…

…sono una persona ingombrante, e non solo fisicamente. Cerco di essere leggera, ma forse alla fine sembro sempre e soltanto un elefante in tutù. La mia mente non è lineare, è complessa. Cambio idea, spesso. Mi rattristo, spesso. Ma poi rido e parto in quarta altrettanto spesso, forse di più. Sono insopportabile. E vorrei che tutti seguissero l’onda del mio sentire. Quando una cosa che mi piace la vorrei (fare) subito. E ho sempre bisogno di partire e di fare. Ma poi mi rinchiudo tra quattro mura e mi immergo. Nei libri. Nella musica. Nei gatti. Nelle parole. Nei film. E scompaio. Forse per questo li adoro, tali momenti. Perché sparisco, non ci sono più. C’è solo il mondo in cui mi immergo.

Il problema è riemergere, e non sapersi accontentare. Non saper condividere questi sentimenti. Sentirsi sempre in troppi mondi e mai in uno preciso. Qui e altrove. Sempre e comunque. Sola. Perché nessuno è uguale all’altro e ci sono angoli di mondo e di se stessi in cui si è irrimediabilmente soli e irraggiungibili. Ma ci sono fogli su cui poterli scrivere. Parole da riempire di significati. Note a cui dare forma. Piccole magie.

Solo che io, ancora, non le so fare. Vorrei solo crederci.

E allo stesso tempo non voglio, e non posso, perdere i miei sogni.

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Sono a New York.

E già qui mi verrebbe da finire il post, perché mi fa provare così tante emozioni che non penso serva dire altro. Ma questo scrigno di emozioni e pensieri è chiuso e muto, per cui vediamo di aggiungere qualcos’altro… anche per i “comuni mortali” che non sanno leggermi nel pensiero ;).

Ricominciamo.

Sono a New York. In un miniappartamento tra la seconda e la terza Avenue, sulla 29ma strada. Insomma… se passeggio verso la quinta Avenue, la 5th, la “quinta strada” (eppure non è street), e guarda alla mia destra, ben presto ammirerò il Chrysler (il mio grattacielo preferito, lo adoro) e poco dopo l’Empire State Building. Nel mezzo vedrò grattacieli più o meno moderni, ristoranti di qualunque etnia, Donkin’ Donuts aperto 24 ore al giorno, palestre, negozi di qualunque sorta, persone di qualsiasi provenienza, file di taxi, macchine che strombazzano per raggiungere un parcheggio… un continuo viavai di anime, insomma.

E io sono qui che scrivo, seduta sul divano del “nostro” miniappartamento. E se non fosse per i miei amati gatti, che in vacanza non potevo proprio portarli qui, mi sento davvero a casa. Mio marito dorme ancora, in questi due giorni non so quanti chilometri abbiamo macinato, e oggi abbiam deciso di fare una giornata di pure relax. Non abbiamo impegni per oggi, le cose importanti da fare “quando troviamo bel tempo” (poiché era previsto brutto) le abbiamo fatte domenica e ieri, dal momento che siamo arrivati sabato. E ora va tutto in discesa, anche se le cose che vorrei fare e vedere sono così tante che so già che una settimana abbondante non mi basterà.

E così ho deciso che voglio godermela. Voglio stare qui come se ci vivessi. Non dev’essere solo una vetrina questa città, ma voglio curiosarci dentro. Ieri, dopo aver fatto un saluto a miss Liberty e aver visitato in lungo e in largo il museo di Ellis Island (finché non ci hanno cacciati a forza), ero in metro che tornavo verso casa. E mi piace che le persone si mettano a chiacchiera con me, anche solo per commentare con sgomento la folla che sta per schiacciarci, ferma sulla banchina della fermata successiva! 🙂 Così come mi piace, lo ammetto, sentirmi chiedere se l’audioguida la voglio in inglese… ancora non è da buttare il mio inglese, anche se non lo parlo mai. Buona cosa. E tante altre piccole perle, che mi restano dentro, e lo stupore passeggiando per strada, o infilandomi a fare il brunch domenicale in un posto un po’ “fuori mano”, sulla nona avenue mi pare, aspettando pazientemente in fila con molte altre persone, tutti locali. E guardare con tenerezza una bimba, forse alla sua prima uscita, con i suoi amorevoli genitori e gli amici, arrivati lì per conoscerla e per fare i complimenti ai nuovi papà. Mi si è aperto il cuore, ho pensato ai miei amici in Italia, a all’impossibilità anche solo di pensare a una cosa del genere. Per ora.

E poi finalmente abbiamo fatto anche quattro passi tra gli scoiattoli a Central Park (non avevo mai visto uno scoiattolo nero!), il polmone verde della città. E con il sole e le chiome di tutti i colori (l’autunno è ancora un po’ presente, per fortuna) è stata davvero la passeggiata più bella che potessi fare. Da ripetere perché non ti stanca mai… e ti fa riprendere fiato nella città in cui si corre sempre, da una luce all’altra. Mi chiedo ancora quanti chilometri abbiamo macinato in questi due giorni, di certo il mio ginocchio ringrazia… ieri non riuscivo più nemmeno a scendere le scale del Madison Square Garden, dove abbiamo visto una partita dei Knicks. Non sono una patita, ma mio marito ci teneva… e comunque devo ammettere che è stato spettacolare. E la cosa che mi ha fatto ridere di più è stato che in pratica abbiamo cenato a popcorn! 😀 Ma si può?

Ad ogni modo, ora sono qui. Col mio computer, su questo divano. Fuori il cielo da grigio è tornato azzurro, per cui tra poco andrò almeno a fare un po’ di spesa. E dalla finestra si sentono le auto che passano e strombazzano. Chissà se la vicina gattara è in casa, l’abbiamo notata il primo giorno, sta nel condominio esattamente di fronte al nostro. E ha un bellissimo micione che sbaciucchia e con cui si fa delle gran chiacchierate. Quasi quasi prima o poi le suono il campanello! E mentre scrivo, scopro che in questo palazzo, di soli sei piani ma con 114 miniappartamenti, c’è anche un pianoforte. Non so se sia qualcuno che studia per sé (credo di sì), o se sia un maestro che dà lezione, ma mi piace stare ad ascoltare. Mi ricorda il tempo in cui io studiavo pianoforte. E tutto questo mi fa entrare proprio nella normalità, non mi sento lontana da casa, non mi sento in un altro mondo. Mi sento nel mio mondo. E non so se la cosa dovrebbe farmi paura.

Ma ora basta, è ora di andare. A restare ancora a bocca aperta. E poi voglio mangiare pancake oggi!

Saluti da NY. Per un po’.

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Ho comprato due lacrime e un sorriso…

…e mi sono emozionata anche io. Avrei dovuto scriverlo subito questo post, avrei dovuto scriverlo lì, all’istante… ora le emozioni si sono già sopite, travolte dalle cose di tutti i giorni, dal rientro a casa, dalle cure ai mici (ahimè, un’altra ricaduta di Memole… raffreddore e congiuntivite… all’altro occhio! speriamo guarisca davvero stavolta), dai messaggi degli amici, la telefonata a mio marito. Ma non voglio scordare due minuti di felicità, intensa. Due occhi grandi che mi guardano e restano senza parole, un abbraccio sincero. Sincerissimo. Più sincero di molti altri vissuti sulla mia pelle.

E tutto perché io sono fortunata, molto fortunata. E allora ho pensato di fare un piccolo, piccolissimo pensiero per un’altra persona, anche se non la conosco.

Oggi c’è il sole. Avrei dovuto passare la giornata a rispondere ad alcune e-mail, a proseguire con il mio corso di tedesco da autodidatta, a tradurre qualcosa, a cercare di vendermi bene a qualche casa editrice (missione impossibile, diciamocelo). E invece c’era il sole. E allora ho pensato bene di lasciare tutto in sospeso, tanto seguiranno molti giorni di pioggia, e di uscire. Volevo andare in centro, ma mi arriva un sms dal negozio di animali: sconto del 20% su tutto. Il che significa che dovevo andare a far scorta di sacchettini biologici (ebbene sì) per tenere pulita casa e non aumentare la produzione del secco, giusto? Ma, lavorando da casa (anzi: non lavorando, mi correggo), da questa settimana non ho più la macchina. Nel caso mi serva, posso sempre accompagnare mio marito al lavoro con la sua, e tenermela in giornata, dovrebbe funzionare come idea. Per ora. E quindi, sole più sconto uguale camminare tra i colori dell’autunno. Ma che magnifica idea! E così sono uscita, stavolta facendo attenzione a dove metto i piedi, visto che non più di una settimana fa sono felicemente caduta su me stessa a causa di orribili buchi sui marciapiedi (non visti a causa di un twitter, ehm ehm…), prendendo una bella distorsione alla caviglia. Ma io non mi arrendo! Una stupenda colonna sonora nelle orecchie e meravigliosi colori autunnali negli occhi, anche in città, e via.

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E così, portata a termine la missione “animali”, invece di dirigermi al supermercato lì vicino decido di allungare ancora la passeggiata, verso un discount, per comprare un paio di cose che mi servivano. Tanto fuori si sta bene, e camminare mi fa bene. Scrivo a mio marito “Mi sto allenando per Monaco e New York” e lui ovviamente teme giù di trovarmi a casa con la caviglia stragonfia (ancora non è a posto in effetti) e il ginocchio, per cui sto aspettando una risonanza, più dolorante del solito. Lo so, ho la testa dura e non bisognerebbe fare così, ma oggi mi sento bene e voglio approfittarne. E poi ho molta fiducia nelle capacità di autoguarigione del corpo, come dice il mio dottore.

Arrivo al mio discount “amico”, e all’entrata vedo una signora di colore, che spera nella generosità degli altri. Quando entro mi saluta e mi fa un grande sorriso, credo che abbia più o meno la mia età. E così mi viene in mente di averla vista anche l’ultima volta che sono andata lì a fare la spesa. Di solito non faccio mai l’elemosina, non so se sia una cosa positiva o negativa, ma nella mia mente penso sempre che non risolverò niente dando loro soldi (che tra l’altro non ho), soprattutto se poi quei soldi magari non finiscono nemmeno nelle tasche delle persone che vedo, ma in mano a qualcun altro. E così, anche quella volta, le ho chiesto se potevo darle qualcosa della spesa che avevo fatto e si è presa una banana. Stavolta ho pensato di comprare qualcosa direttamente per lei. Non sapevo cosa, non so niente della sua vita, non so cosa le piace cosa no. E non so se avrebbe accettato o meno (mi è capito di incontrare persone che volevano soldi e basta), e così ho preso un pacchetto di merendine. Certo, non sono nutrienti, non si sfama nessuno con quelle, e di sicuro non sono beni di prima necessità. Ma ho pensato che erano confezionate singolarmente e avrebbe potuto mangiarle mentre era lì, al freddo, e sarebbero durate più giorni. E che di sicuro, a casa sua, avrebbe avuto qualcuno a cui darle, magari aveva dei figli… e di sicuro se non hai soldi non vai a spendere quei pochi che ti restano per le merendine. Ho anche pensato che, nel caso non le avesse voluto, mio marito le avrebbe mangiate… e che non essendo deperibili non si sarebbero sciolte nel tragitto verso casa (ok, d’accordo, a volte penso davvero troppo!). Insomma… ho investito due soldini, per un pensiero. Un piccolissimo pensiero, e forse anche stupido.

Finita la spesa, sono andata alla cassa… e dalla cassa non vedevo più quella ragazza. “Vabbeh, pazienza”, mi sono detta, “sarà per la prossima volta”. Invece, appena uscita, la vedo che sta parlando (sempre con un dolce sorriso in volto) con una signora venuta a fare la spesa. Mi avvicino, le interrompo per un secondo, e le dico: “Tieni, se le vuoi, queste le ho prese per te”. Mi vengono ancora i brividi, se ci penso. Perché lei si è interrotta, ha sgranato gli occhi, mi ha guardata come se fossi un’aliena. E mi ha detto: “Davvero?”, con lo sguardo di un bambino piccolo a cui fai una sorpresa bellissima, il suo regalo preferito. Io credo non abbia nemmeno guardato cos’avevo preso, perché credo che la sorpresa non sia stata il fatto di averle dato qualcosa, ma il fatto di averle detto che l’avevo preso apposta per lei. Si è avvicinata per abbracciarmi e darmi due baci, spontaneamente, chiedendomi se poteva. “Ma certo!”, ed è stata un’emozione unica. Poi mi ha guardata, con quei suoi bellissimi occhi, a bocca aperta. E senza pensare le ho detto: “Non piangere, altrimenti mi metto a piangere anch’io”, ed era vero. E insomma, poi sono più o meno fuggita perché quasi mi vergognavo, quando mai qualcuno di noi reagirebbe così di fronte a un gesto insignificante come il mio? Un pensiero simile ti mette di fronte alla realtà dei fatti, a quanto io e mio marito (e i nostri quattro gatti) siamo fortunati, e possiamo permetterci molto più di quello che ci serve. E così sono andata verso casa, mentre le mi fissava ancora da lontano, senza parole… E ci siamo salutate con la mano, e le ho detto che tanto ci saremmo riviste presto. E mi sono venute le lacrime agli occhi. Lei non credo che lo sappia, ma mi ha dato molto, molto di più di quel che le ho dato io. Lo so, non le ho cambiato la vita, non l’ho aiutata… ma a volte un po’ di calore è quello che ci serve per arrivare a fine giornata. E lei me l’ha regalato di sicuro, io spero almeno un pochino.

Senza contare che ovviamente nel tragitto verso casa (fortuna che erano solo 15/20 minuti di strada!) ho iniziato a fantasticare… di conoscerci meglio, di portarla a pranzare da me una volta (se le va) e mi son tornati in mente tutti gli ideali che avevo finita l’università… già perché allora ho persino scritto a Medici senza frontiere per chiedere se prendessero psicologi in missione (all’epoca no). Sono una pazza… chissà se mio marito se ne rende davvero conto. Ma ho voglia di fare qualcosa che mi faccia sentire bene, e non sempre centrata su me stessa. Fosse anche due chiacchiere sincere con una ragazza davanti al supermercato, che male c’è? Spero solo di non perdermi mai. Sono una sognatrice, lo so. E questa parte di me vorrei che sopravvivesse.

Ecco… e forse ora è tornata la fame anche a me, magari sarà pure ora di pranzare.

ps: inutile dirlo, ma di revisioni non ce ne sono. Almeno qui, almeno nel mio flusso di pensieri storti. E lo so che sbaglio. Così com’è inutile dirmi che scrivo troppo…

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eh, non lo so mica cos’è l’amore…

…perché si trasforma di continuo e ogni tanto mi chiedo e non capisco. Una relazione così lunga non l’ho mai avuta, per cui non so se è il naturale trasformarsi dell’amore questo, o non saprei. E se mi fermo a chiedermelo troppo mi confondo.

E poi chiacchiere su chiacchiere, su quello che manca. Ma forse non manca, forse è solo diverso. E poi basta un ritardo e un pensiero improvviso, per farti capire che ti tremerebbe il terreno sotto i piedi.

E per capire che tu sei la certezza, la mia sicurezza di tutti i giorni, di ogni secondo, nel bene e nel male. Quella “normalità” che mi permette di fare le mie pazzie. Se la mia vita fosse una pazzia continua forse non sopravvivrei. Così invece c’è tutto. E tu sei nel 90 per cento dei miei giorni. Il 10 per cento lo dedico alle mie follie.

Come andare a Monaco tre giorni, per un concerto. Grazie Editors. Tra poco si parte!

Ma tu sei fisso nel mio cuore, quel battito regolare che mi permette di vivere.

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è ora di rimboccarsi le maniche… ma anche di fare il “cambio armadi”.

Day 2

Eh, già. Perché anche oggi niente lavoro in arrivo dall’altra parte dell’oceano. E pur provando a scrutare l’orizzonte, non vedo segni di vita sul filo dell’acqua, nemmeno col binocolo.

Perciò è ora di rimboccarsi le mani e darsi da fare. Lo so, stanotte mi è arrivata una mail dicendo che dell’altro lavoro c’è, ma non mi piace vivere sugli allori. Per cui, sempre stanotte (perché oltre che confusionario, sono un animale notturno… come i miei adorati miciottoli) ho ripreso in mano curriculum, portfolio, indirizzi papabili e qualcosa ho scritto.

[ Ah, ieri alla fine ho pure stirato e mentre stiravo ho finalmente guardato Maleficent (lo so, non è proprio proprio il film più recente che ci sia!) e devo dire che mi è piaciuto. Non amo particolarmente la Jolie, ma alla fine sono una “romanticona” quando si tratta di film, e ci ho lasciato pure la lacrimuccia! Ma come siamo messi… E prima che chiuda questa – ennesima – parentesi, per gli appassionati di serie tv, mi hanno consigliato la serie Sense8, ho cominciato a guardarla, ho “costretto” mio marito a farmi compagnia, e ora ce ne siamo appassionati. La mia natura mi spingerebbe a guardare tutte le puntate di fila, ma sono troppo poche e ho paura che poi mi mancherebbe avere qualcosa da vedere che mi appassiona (vi è mai successo, soprattutto con i libri, di amarne talmente tanto uno da avere paura di arrivare alla fine?), perciò centellino… e il fatto che debba essere presente – e sveglio, ehehe – pure mio marito, mi aiuta nel guardare questa serie un poco alla volta. In ogni caso, io la consiglio… è strana, e forse per questo mi piace, e interessante. Ma soprattutto, sono curiosa di vedere dove andrà a parare. D’accordo: fine della parentesi.]

E così oggi mi alzo, mentalmente penso a cosa fare o non fare (la famosa spesa? rimettermi a leggere tutte le pagine di Safari lasciate aperte su argomenti quali “traduzione”, “self-publishing”, “lgbt” (vorrei tradurre romanzi lgbt, o forse, come in un commento che ho letto una volta in un blog americano, romanzi “normali” in cui le persone sono “normali” e quindi sia eterosessuali che omosessuali, com’è nella vita vera. Non è così?), case editrici varie, collaborazioni, blog, offerte di lavoro in cui serva l’italiano. Insomma… anche dentro a un computer riesco a creare il caos, e ci sguazzo pure bene. E oltre a tutto questo, riprendere in mano un testo irlandese che amo molto, non pubblicato, e che sto traducendo per conto mio. E che naturalmente ho già cominciato a proporre a qualche casa editrice, ma purtroppo finora non ho avuto fortuna. Vabbeh, mica devo demordere per questo, no?

E invece Memole ha la febbre, di nuovo. Memole è l’ultima maomao arrivata, sta qui da un mesetto (lei ne ha 4) e quando è arrivata era minuscola, per un difetto di crescita. Ora mangia come un lupo (e non sapete che lotte devo fare con gli altri 3, dal momento che a causa di Morfeo, il gigante, sono tutti a dieta!) e mi sembra già molto più grande. Anche se pesa poco più di un chilo, la piccolina. E in queste ultime settimane ho stretto amicizia con la mia veterinaria… primo perché Muffin (l’altro arrivato, che ora vive molto felicemente con mia sorella) si è scoperto avere la leucemia felina. Per fortuna sta bene, e abbiamo risolto tutti i problemini che aveva, ma la sua salute resta un terno al loto. Teniamo le dita incrociate, sempre. E poi Memole… che ha preso non so che sorta di influenza, e poi l’ha passata a Morfeo, e ora che sembravano stare tutti bene, beh, ce l’ha di nuovo. Ma voi avete mai provato a dare l’antibiotico a un gatto peperino? Spero di voi per noi… insomma metà mattina l’ho passata a prepararmi, lanciarmi dal veterinario, e farmi graffiare per dare l’antibiotico alla signorina. Per fortuna che alla fine ce l’ho fatta… e, vi prego, ditemi che sette giorni passeranno in fretta! Non vorrei restare del tutto senza mani!

Vi lascio qualche foto della piccola peste malatina, così capirete come siamo finiti ad avere quattro gatti…

Memole1

Memole… che mi aiuta a lavorare

Memole 2

…con uno sguardo così, mica mi potete lasciare in un gattile, no?

E ora, dopo avervi annoiato con le piccolezze quotidiane che mi succedono, e che in fondo costituiscono il 90% della nostra vita, almeno secondo me, rieccomi qui. Ho letto un po’ delle mille pagine aperte, ho preso il libro da tradurre e poi proverò a ripartire con una nuova pagina, ho destinato al “dopo pranzo” il cambio armadi. E speriamo sia veloce, e indolore. Tanto lo so che, come ogni anno, finirò sommersa di vestiti, tutta sudata a forza di provarmi qualsiasi cosa, e con borse di roba da portare alla Caritas o a qualche altra associazione. Sono almeno un paio d’anni che faccio così… ma allora perché non si riduce mai il contenuto del mio armadio? Di sicuro ci sono dei folletti che combinano qualcosa di strano là dentro, e forse me li sono portati a casa da uno dei miei viaggi nella mia adorata Irlanda. Chi lo sa?

Va bene, vi saluto. Oggi non ho voglia di tristezze, altrimenti vi avrei raccontato altra rabbia e vuoto provato ieri sera, anche se non per me. E proprio per questo, ancora una volta non rileggerò questa bozza. Lo so, mi scavo la fossa da sola a farlo, ma tant’è non credo mi leggano in molti. E chi lo fa, forse sopporterà questo fiume di parole che mi rappresenta.

E adesso, beh, magari lo mando davvero un curriculum al bar dei gatti di New York, loro dicono che cercano… e io mi ci sogno già lì dentro, fanno persino lezioni di yoga insieme ai gatti!

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Mettere in ordine mi manda in confusione…

Eh, lo so… è un bel controsenso no?

Solo che ogni volta, è come scoperchiare il vaso di Pandora, quando metto mano a fogli, foglietti, biglietti, foto, ricordi… messi da parte in attesa di non si sa cosa. E oggi era il terzo giorno di non lavoro, e il panico da “è finito tutto?” comincia a farsi sentire.

Già, perché non ho più scritto da giugno per il semplice fatto che non mi sono mai fermata un attimo. Ho tradotto incessantemente sottotitoli di ogni serie tv immaginabile e di qualche film, sempre con l’acqua alla gola per fare in tempo per le consegne. Sabati e domeniche, e notti inclusi. Tranne i giorni in cui mi son presa ferie e sono scappata di qui con mio marito, quest’anno di nuovo Croazia, ma un po’ più a sud rispetto all’anno scorso, e siamo stati a Zara (che mi è piaciuta davvero molto!) e abbiamo visitato fino a Spalato, che mi ha lasciata senza fiato dal momento che non sapevo proprio cosa aspettarmi! (e poi vabbeh, io ho sempre avuto una grandissima passione per l’archeologia, come non innamorarmene?)

Ma bando alle ciance (che per iscritto mi fa sempre ridere, molto più facile da dirsi che da scriversi), inutile che mi perda in riassunti di cos’ho fatto o cosa non ho fatto in questi mesi, e di (false) promesse di scrivere più spesso. Non sono capace. L’ho capito io e l’avete ormai capito anche voi, sempre che ancora mi leggiate. Scriverò quando mi va e quel che mi passa per la testa. Perché son fatta così, mi faccio prendere dal momento e la passione mi cattura… che sia lavorativa, felina, amorosa, libresca, filmica o che altro. Mi trascina via con sé e mi distraggo da tutto il resto. Un disastro, lo so. E l’anno prossimo compio 40 anni, ma mi sa che non cambierà proprio niente. Non lo sta facendo lo yoga, anche se cerca di mettere ordine e equilibrio dentro il mio animo, non lo fanno tutti i miei tentativi di “normalizzazione”. Non ci riesco. E probabilmente, nemmeno voglio. Non mi ci riconosco. Non sarei io.

E forse è anche per questo che “mettere ordine mi manda in confusione”. Perché oggi non lavoravo, il tempo fuori è infame e grigio che più grigio non si può, il mio animo un po’ rattristato da ieri e oggi va un po’ a rotoli. E così, sveglia dalle 7.30 ho vagliato mille ipotesi per oggi:

1 – vado a fare la spesa

2 – traduco per me stessa un libro che vorrei proporre a qualche casa editrice

3 – leggo, anche perché ultimamente non ne ho mai tempo. E coccolo i miei 4 mici (ve l’ho detto che siamo saliti a quattro? In realtà è una lunga storia, in teoria sono 5, ma stavolta non ve la racconto)

4 – faccio yoga

5 – suono (in realtà mi è venuto in mente ora, non stamane)

6 – inizio a programmare la vacanza a New York, ora che finalmente abbiamo prenotato anche il nostro appartamento (grazie AirBnB!) in pieno centro a Manhattan… che sogno!

e poi sono finita sul 7: la casa è un disastro e visto che finalmente ho tempo di darci una sistemata, o almeno cominciare a farlo, partiamo. [ps: rendo noto che Mirtilla è appena passeggiata allegramente sulla tastiera, strusciandosi contro la mia faccia, e mi ha cancellato magicamente quest’ultima riga… gatti!]

E così inizia… mi mancava solo una camera da pulire, ovviamente la più incasinata di tutte… e poi avrei dovuto stirare una montagna di roba (io NON stiro, generalmente, tranne le cose proprio “instirabili” e così non stiro da 2 mesi, per cui qualcosetta da fare c’è lo stesso… se mi tocca, mi tocca!). Inizio: spolvero, aspirapolvere, battitappeto, niente straccio che tanto oggi non si asciuga niente, ma spugna e spruzzino per le macchie assassine (Mirtilla di cui sopra, ha una congiuntivite cronica all’occhio e così perde costantemente lacrime un po’ sporchine dall’occhio… e quella camera lì – grazie precedenti padroni di casa! – ovviamente ha le piastrelle BIANCHE… che c**o!), nel frattempo ripiego minuziosamente i panni (ormai piego tutto col metodo “a pacchetto”, chissà se qualcuno lo conosce… e poi vorrei tanto finire di ordinare tutto secondo il “potere del riordino” ma non ce la farò MAI, figuriamoci!) e metto su una lavatrice. Lo so, non sono passate le 19, ma se tanto non lo faccio praticamente mai, non mi arriverà un bollettone mega se per un giorno sgarro. E insomma… passano le ore (anzi la lavatrice ha finito, ora mi sa che andrò a stendere) e inizio anche a mettere ordine sulle cose di mio marito buttate in giro (zaino per giochi di ruolo – sì, lo so… non dite nulla……….! – borsa per lo yoga, foglietti del superenalotto scaduti, stronzate varie… ) cerco di dare un senso più per me che per lui, visto che dà fastidio a me, e che comunque di solito lascio che si arrangi, al limite RIBADISCO più volte il concetto. Magari rischio di diventare insopportabile, ma tanto lo faccio solo quando ho tempo! Giusto? E poi niente, inizio a spostare le mie cose, tiro fuori una borsa che ho da parte da molto, molto tempo. In cui ho buttato cose alla rinfusa dalla mia vecchia mansarda, a casa dei miei. Cose da “tenere” o forse semplicemente cose che “non so” buttare.

Beh, finito di pulire ho portato tutto in salotto. E prima di svuotare il borsone, ho svuotato parte della libreria. E costruito due scatole ikea (w l’ikea, l’ho mai detto?), in cui poter infilare tutto quello che so già che non butterò. E in realtà una scatola diventa “traduzione” e ci infilo tutti gli appunti, i quaderni, le stampe, e il mio amore per la traduzione, quelli dell’ultimo master intanto. E dei lunghi tirocini. C’è ancora spazio, magari ci infilerò anche gli appunti dei corsi precedenti, sia mai che mi tornino utili, prima o poi… E così svuoto una mensola della libreria e la sostituisco con le scatole. E il risultato cambia solo per gli occhi, mi sa. Nel frattempo il cervello elabora informazioni e idee: scrivo a mio marito chiedendogli di recuperare scatoloni dal lavoro per mettere in garage tutti i miei testi di psicologia. Tanto, diciamocelo, ormai ho finito l’università da più di 10 anni, a che possono servirmi ancora, se faccio tutt’altro? Solo a ricordarmi quella che ero prima. E che un po’ ancora sono, forse. E poi aggiungo mille idee da “fai-da-te” per il weekend. Ovviamente sono tutte cose che rimandiamo da secoli… ma non importa, stanno lì e non si muovono. Prima o poi le faremo.

Ecco. E allora, già un po’ triste perché ieri mi sono resa conto ancora una volta di quanto mi fa vomitare l’Italia per certe cose (eh, sì… ora lavoro per gli Stati Uniti, qui non trovavo nulla… l’ultima traduzione fatta 2 anni fa, e ci ho messo 6 mesi più la minaccia dell’avvocato per farmela pagare! e non era nemmeno una casa editrice sconosciuta… già. Peccato che poi io sia finita sul “libro nero” e non abbia avuto altri lavori…), perché mi hanno proposto una traduzione “in nero”. Cioè io la faccio, vengo pagata alla consegna (non ho nemmeno chiesto quanto, ma di sicuro non molto), ma il nome pubblicato sarà un altro. Che schifo. Ho rifiutato, all’intermediario che mi ha chiesto, dicendo che in realtà sarebbe da denunciare questa persona che sta cercando qualcuno che faccia il suo lavoro. Subappalto di traduzione? Mah. Comunque ieri mi è scesa addosso una grande tristezza, e una gran voglia di andarmene di nuovo. A meno che il mio lavoro non prosegua bene e mi permetta di continuare a vivere qui bene, con i miei quattro gatti, la nostra casina, i miei amici – anche se ultimamente li frequento poco – e la mia famiglia, che più passa il tempo e più ha bisogno, com’è naturale, anche di me. (stendo un velo pietoso sulle ultime vicende familiari, dico solo che io sono quella più felice e più realizzata al momento… pur essendo, fino a un anno fa, quella più “sfigata” di tutti e senza lavoro…)

E così arriviamo oggi, e arriviamo al borsone che non ho nemmeno finito di aprire. Perché c’era una grande cartellina, come prima cosa. Una di quelle dal dorso molto alto, la apro… e tiro fuori biglietti di auguri degli ultimi dieci anni. Di amici, che lo sono ancora, di amici che non lo sono più, di zii tanto amati ma ormai scomparsi, della mia sorellina che da sempre sento di dover proteggere, anche se è stupido, lo so, ma c’è un legame difficile da spiegare. Una sorella è una sorella. E mi è mancata tanto quando non abitavamo più vicine. E poi vabbeh, cose “inutili” come mille lettere dalla banca, qualche analisi medica, ecc. Cose da “rimettere a posto”.  Alcune foto. Beh… ho iniziato a buttare un sacco di cose, foto che non mi interessavano più, lettere e biglietti ormai passati, ne ho tenuti pochi. A volte sentendomi stronza, perché in fondo butto via dei ricordi, altre volte pensando che io non sono più quella lì. O forse sì, ma non viene più fuori… e non so se mi fa star bene e mi fa star male. E poi niente, eccoli lì. Un paio di lettere e alcune biglietti della mia “vita inglese”. E niente… quello che ormai è completamente chiuso, e svuotato, è finito nella spazzatura. Ma alcuni ricordi erano troppo belli per finire lì. Due biglietti li ho tenuti, a ricordo di un periodo bello, di quello che sono riuscita a essere e a fare. Un biglietto di auguri e uno di “addio” firmato e scritto da “miei carcerati”, i ragazzi che ho seguito quando ho lavorato in un carcere per giovani adulti dai 18 ai 21 anni. Ragazzi che avevano commesso crimini per lo più pesanti, perché la pena minima era 2 anni, la massima era l’ergastolo. Già, pure a quell’età. Ma per me erano persone e basta. E chissà se alcuni di loro si ricordano ancora di me, così come io mi ricordo di loro. È stata un’esperienza forte, mi è davvero rimasta dentro, e so che non se ne andrà più. Così come mi rendo conto che provo sensazioni che non riesco a condividere con nessuno. Non so come dire, si parla di reincarnazione, di vite precedenti. Ma di solito tra una vita e l’altra bisogna morire. E allora forse io sono morta. Non lo so. Sì, forse sono morta dopo la mia storia finita così male, dopo tutto quel dolore e quella follia. E sono rinata, e mi ricordo come sono rinata. Sì, con il tempo. Grazie ad alcune persone che non mi hanno abbandonata. Ma soprattutto grazie a qualcosa che mi ha fatto tornare la voglia e la speranza. La TRADUZIONE, ho ricominciato a vivere decidendo di iniziare a tradurre. E da allora sono andata avanti. Anche se ora riguardo quei biglietti e mi chiedo chi ero allora, e se non ho tradito me stessa. Se sono sempre io. Se sono felice ora, o se ero felice allora. Non lo so, non lo so più. Sento che mi manca qualcosa di me, che fatica a esprimersi. Mi sento troppo “normale” forse, non saprei. Ma poi capisco che sto bene. Anche se cerco sempre qualcosa di più, ho questo malessere che mi spinge a non accontentarmi mai. E forse prima o poi ripartirò. E chi lo sa?

E così mettere ordine mi spinge a chiedermi chi sono io. A ricordarmi che ero anche così. E che forse non lo sono più. O forse lo sono, ma solo in maniera diversa.

Bene… ora meglio se mi do una mossa e vado a stendere però! Buon pranzo a tutti…

I hope you’re all well, and life hasn’t taken away the good I’ve seen in your souls. It was stille there, it was. And thanks for those months spent together. I’ll never forget you.

Ok, e speriamo che domani arrivi del lavoro… o riprenderò a pensare troppo, davvero!

PPPPS: ok, pubblico senza rileggere… altrimenti continuo a rimandare, di nuovo!

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