Ci ho provato

Ci sto provando, cazzo.

Ci sto provando in tutti i modi a esserti amica.

Ma ogni volta che arriviamo così vicini da stare bene, alzi un muro che mi ribalta a chilometri di distanza.

Non ne posso più, non ce la faccio più.

Non ci sei mai quando ho bisogno di te. Non vieni mai a cercarmi. Solo quando fa comodo a te. E sei capacissimo pure di rigirare la frittata. Tu e la tua cazzo di intelligenza troppo acuta. Mi fai stare male. Ma lo capisci? Sicuramente no. E manco te ne frega un cazzo. Sempre a fare il censore. Sempre a mettere i puntini sulle i. Sempre a indicare. Che cazzo ti ho chiesto di troppo? Una foto? O meglio… il suo sottinteso: pensarmi? È troppo? E allora arrangiati.

Mi vuoi solo quando ti fa comodo.

Beh allora vedi di venirmi a cercare meglio.

Fanculo

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Fine

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Fanculo…

…questa sera ho capito che sono innamorata.

Di te.

Anche se non voglio ammetterlo.

E non so se questa cosa se ne andrà mai. Da me. Anche se so che un giorno mi caccerai via per sempre.

Ma non riesco a stare senza te. Maledizione.

È troppo tardi.

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C’era una volta un bacio…

…che non riuscivo a dimenticare. Perché indissolubilmente legato alla morte. Perché, finora, era stato il più caldo, sensuale ed emozionante della mia vita. Perché non ha mai portato a nulla ed è rimasto sospeso per sempre.

Dopo quasi 20 anni è arrivato un altro bacio che non scorderò mai più. Il più dolce e appassionato e coinvolgente della mia vita. Riesco ancora a sentire il sapore delle tue labbra morbide. Le tue parole appena abbozzate, che lo precedono di un attimo appena. Il tuo volto tra le mie mani, la tua pelle sotto le mie dita. I tuoi capelli. La tua fronte forte contro la mia. Il tuo respiro affannato e caldo. E ancora le tue labbra, di cui non mi stanco mai. Che mordo delicatamente. E poi tu che sussurri nel mio orecchio, nel silenzio di quella stanza.

Avrei voluto restare in quel momento per sempre. E non so nemmeno se tu te lo ricordi. Ma il tuo bacio ha vinto su quel ricordo incancellabile.

Sei il mio bacio perfetto. Che forse non tornerà mai più.

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Mi sono persa

Di nuovo

Tra le tue parole e i tuoi pensieri. E sciolta nelle tue labbra. Anche se solo nella mente. Anche se le labbra erano di un altro. E il sapore non era lo stesso

Miss you

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Più mi stacco…

…più ti avvicini.

Più ti cerco, più ti allontani.

Una lotta eterna.

Ma non ho mai creduto al “per sempre”.

E in fondo anche questa lotta un giorno finirà.

Non puoi scordare dove son state le tue labbra

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Continui a confondermi

Nonostante la distanza.

Sono partita tre mesi e mezzo fa. Credevo fosse un addio. Tu hai detto di no, perché il mondo moderno impedisce anche quello. E come sempre hai avuto ragione. Ma solo in parte.

In parte, te lo assicuro, lo è stato un addio. Le cose sono cambiate. Almeno per me, non so per te. La mia vita “intorno” è completamente diversa. La casa, le “amicizie”, la lingua, i colori, i sapori, e soprattutto il lavoro. E tu. Tu ci sei, e non ci sei.

E soprattutto non ci sei quando ne ho bisogno, nel momento esatto in cui esplodo. Ma torni attimi dopo. E all’improvviso ci sei in maniera totale per me. È questo il problema. Sei un qualcosa di totalizzante per me. Ogni volta che mi accade qualcosa, vorrei condividerlo con te. Vorrei scriverti. Spesso lo faccio. O almeno lo facevo. Ma il ritorno era per il 90% delle volte il tuo silenzio. Insistevo. Ancora silenzio. E allora rinunciavo, e cercavo di superare quelle emozioni che non so gestire, mai. E appena respiravo, tu tornavi. E mi facevi ridere. Non te l’ho mai detto, ma in fondo è questa una delle cose che apprezzo più di te, quando semplicemente mi fai ridere. Quelle telefonate leggere, in cui forse alla fine non diciamo nulla, ma sento forte la presenza. Quella che qui è solo assenza.

In questi tre mesi ho condensato molto, moltissimo. All’inizio ero ancora sommersa, ero in un ciclone di emozioni, di maniacalità, completamente fuori di testa. Come lo sono stata per mesi. Se ci penso, direi più o meno da quando ti ho conosciuto. Ma in realtà credo da molto prima, con i suoi alti e bassi. E così per un paio di mesi qui non sono mai stata a casa, ero solo lavoro e festa, uscivo con tutti i nuovi arrivati, cercavo di fare amicizie, ma soprattutto bevevo, ballavo (io che in tutta la mia vita sarò andata in discoteca 5 volte), facevo festa solo per non pensare. Per stare ferma immobile sull’adesso. Per non pensare a tutto quello che ho fatto quest’anno, a chi sono, a cosa ho distrutto, ma anche a cosa ho ritrovato. L’importante era vivere e illudersi di non stare male.

Ma il malessere torna ancora più forte quando cerchi di spingerlo giù. E dopo alcuni episodi di amnesia alcolica e uno svenimento… ho capito che ero andata troppo in là. Al tempo stesso ti cercavo, ti cercavo tantissimo e ti chiedevo aiuto. E tu eri sempre durissimo con me. “Di chi è la responsabilità?”. Certo, è mia. E probabilmente ti cercavo proprio per sentirmi trattare così, masochista del cazzo che non sono altro. Per sentirmi dare un calcio in culo e per poi rialzarmi. “Tira fuori i coglioni” mi hai detto. A volte ci riesco, ma non sempre. Semplicemente mi sono stancata di essere la forte, mi sono stancata di dover essere quella che tira fuori i coglioni e si arrangia, mi sono stancata di dover cercare sempre. Vorrei un porto sicuro in cui rifugiarmi e un abbraccio in cui sciogliermi. Ma quelli non ce li ho, forse li avevo e li ho gettati alle ortiche. E tu di sicuro non me li potrai mai dare.

Te l’ho detto “Non cerco parole, cerco un abbraccio. Ma so che quello non me lo sai dare”. E lo sai anche tu.

E ora sono passati altri mesi, notti insonni, pianti e lacrime per un lavoro che odio e mi sta rubando l’anima, non solo è claustrofobico, non solo è pesante, non solo è un po’ da Sig. Malaussene, ma va contro tutti i miei principi, perché sono e resto una stupida idealista. E non credo in ciò che faccio, alle balle che raccontiamo. E pianifico la fuga. Solo da quel momento ho iniziato a stare meglio. Dopo il crollo del mio ritorno in Italia per una settimana.

In cui ci siamo visti, e ho sentito un coinvolgimento così forte come non mi era mai capitato prima. I brividi. Ma solo per una notte. Il giorno dopo ti eri già pentito. Come sempre. E come sempre continuerà ad essere.

“Sarai sempre la seconda, e quindi l’ultima” mi hai detto tanto tempo fa.

Continuerà ad essere così.

E allora forse dobbiamo staccare, staccare davvero. Anche se tu sei il mio punto di riferimento in tutto. Ma piano piano sto cercando di sgretolare tutto questo. Di mettere un confine intorno a te. Tu che sei come l’acqua, sei un liquido, non sei definibile, ti intrufoli ovunque e poi non è più possibile stare senza di te. Proverò ad asciugare tutto quello che di me è bagnato della tua presenza. Della tua assenza. E della tua essenza. Non credo che ci riuscirò mai, tornerai in ogni mia lacrima. In ogni mio momento di rabbia. Anche quando non ti penso, tu sei lì. Ed è questo che non riesco a superare. Anche perché so che io, lì, in te, non ci sono.

E non si può tornare a ciò che eravamo prima. Ma si può essere davvero amici?

Ciao, mostro. Mi manchi.

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